Claudio Ranieri si è aperto su vari temi in una lunga intervista al Messaggero. Ecco le parole dell’ex tecnico capitolino.
Claudio Ranieri è più di un semplice allenatore per qualsiasi appassionato di calcio che si rispetti. Dal suo amore per la Roma alla vittoria inaspettata ed irripetibile della Premier League con il Leicester nel 2016 il tecnico ha saputo farsi apprezzare e ha rappresentato una guida per i suoi giocatori.
L’attuale senior advisor dei giallorossi si è aperto in un’intervista al Messaggero dove ha ripercorso la sua vita dalle origini nel quartiere Testaccio della capitale sino alla vittoria del campionato inglese e al ritorno a Roma in un momento di crisi. Di seguito le sue parole.
Roma, le parole di Ranieri
Il calcio come è entrato nella sua vita?
«Il classico sogno da bambino. Non ho mai frequentato scuole calcio, allora non esistevano. Però c’erano gli oratori, io cominciai in quello di San Saba. A 16 anni non ancora compiuti feci un provino con la Roma ma non mi presero. E finii in una squadretta succursale. Fu Herrera a ripescarmi».
Ma non fu lui a farla esordire in serie A.
«No, in panchina c’era Scopigno. A novembre fu mandato via e gli subentrò Liedholm. Ho avuto grandi maestri, non c’è dubbio. Herrera non ti dava tempo per ragionare, voleva che passassi subito la palla. Adesso il calcio è esattamente questo, devi giocare a memoria. E sto parlando del 1970. Scopigno era la flemma, una persona molto riflessiva, ma se gli giravano i cinque minuti, erano guai. Ringraziando il cielo, nessuno di questi tre allenatori mi ha mai fatto lavate di capo. Ero molto ligio».
Forse troppo per fare il salto in un grande club?
«Ero un giocatore normale, ma non ho rimpianti. A Catanzaro ho trascorso otto anni belli, pieni, dignitosi. Sono diventato il loro capitano e detengo il record di presenze in serie A».
Ma il suo destino era la panchina.
«Mi sono detto: perché non provarci? In Italia tutti capiamo di calcio, ma un conto è giocarlo, un altro vederlo dalla tribuna. Un altro ancora è stare in panchina, avere delle idee, saper parlare alla squadra, ai dirigenti, ai giornalisti. Quando mi chiamarono a Cagliari, c’era chi mi consigliava di rifiutare. Mi dicevano: pensaci Claudio, rischi di bruciarti. Pensarci? Nemmeno per un istante. Volevo mettermi in gioco».
Cosa ha fatto la differenza nella sua carriera?
«Credo la sintonia, il feeling con i giocatori. Cercavo di trovare la chiave per ognuno di loro. Non sempre ci sono riuscito, per l’amor di Dio. Però un allenatore ha bisogno che tutti quanti seguano un’idea, giusta o sbagliata che sia, perché diventi un’idea vincente».
Come si entra nella testa di un giocatore?
«I tifosi pensano che siano dei robot, metti il gettone e loro giocano. Non funziona così: hanno degli alti e dei bassi, e tu devi stargli vicino soprattutto nei momenti difficili. Io mi sono sempre proposto come un equilibratore. C’è una poesia di Kipling: tratta la vittoria e la sconfitta come due impostori. È verissimo».
Si è mai sentito un uomo solo?
«L’allenatore è un uomo solo. Nei confronti della squadra, della dirigenza, dell’ambiente esterno. E io, poi, ho questo carattere, per cui tendo ad accollarmi tutte le responsabilità».
Come ha vissuto i suoi esoneri?
«Come uno sprofondo, per lo stesso motivo: non ero stato in grado di capire certe dinamiche, o di risolvere determinati problemi. Mai detto o pensato che fosse colpa dei giocatori».
Qual è stato il più doloroso?
«La seconda volta che sono andato a Valencia. Venivamo da una stagione irripetibile. Con i dirigenti parlai chiaro: guardate che la squadra vale molto meno, quest’anno ci sarà da soffrire. E loro mi rassicurarono: abbiamo capito, non ti preoccupare. E poi quando il campionato ha preso una brutta piega, mi hanno scaricato. Mi sono sentito tradito».
E la chiamata più sorprendente?
«Quella della Juventus. Avevo dato la mia parola a Thaksin Shinawatra, che stava acquistando il Manchester City. Dovevo firmare in dieci giorni, ma ne erano passati una ventina. Dopo la chiamata da Torino, volai a Londra e lo incontrai: guardi, non posso più aspettare».
Lo scudetto con il Leicester l’ha cambiata?
«No, io sono sempre quello della poesia di Kipling. Più che altro ha fatto cambiare l’opinione su di me. Sfioravo gli scudetti con squadre che non erano attrezzate per vincere i campionati, ed ero l’eterno secondo o il magnifico perdente. Però accettavo tutto, perché non puoi andare contro il mainstream. È sempre una fatica inutile».
Come spiega quel miracolo?
«Mi sono trovato al posto giusto nell’anno giusto. La chiamavano la squadra Yo-yo, perché saliva e scendeva tra Premier League e Premiership, la loro serie B. Il presidente mi chiese di raggiungere la salvezza il prima possibile, con un organico che per sette undicesimi l’anno precedente aveva evitato la retrocessione solo nell’ultimo mese».
E invece fu un crescendo.
«A febbraio ci aspettavano tre partite consecutive: Manchester fuori casa, Liverpool in casa e Arsenal fuori. E poi ci sarebbe stata la sosta. I ragazzi provavano sempre a prendere un giorno in più di vacanza. Venne da me Vardy e disse: mister, se facciamo nove punti? E io: se le vincete tutte e tre, vi do una settimana. E insomma, vincemmo a Manchester 3-1, poi battemmo il Liverpool. A Londra, contro l’Arsenal, perdemmo 2-1 al 95’, dopo aver giocato il secondo tempo in dieci. Per me era come una vittoria e comunicai ai ragazzi che avrebbero avuto la settimana di riposo. Fu Mahrez a parlare a nome della squadra: mister, sul serio, dove pensa che potremmo arrivare? Sorrisi e rimasi in silenzio. E lui: lei lo sa. Aveva ragione, sapevo che avremmo fatto un grande campionato. Però, onestamente, vincere la Premier non mi è mai passato per la testa».
Il giocatore che ha fatto crescere di più?
«Al Chelsea mi aveva colpito John Terry: giocava con le riserve e lo portai in prima squadra. I tifosi e i giornalisti erano perplessi. Io non avevo dubbi. Dissi che sarebbe diventato il capitano dell’Inghilterra e diventò il capitano dell’Inghilterra. Ricordo ancora il discorso che feci a Lampard: tu sei uno splendido campione, da metà campo in su fai quello che ti senti. Da metà campo in giù, dato che sono italiano, cercherò di migliorarti. Ma non mi sono inventato niente, li ho solo capiti. E il primo anno dopo Maradona, quando Ferlaino voleva acquistare un numero 10, lo convinsi a puntare su Zola, che conoscevo dai tempi della Torres e aveva già fatto qualche partita con il Napoli. Chiunque altro sarebbe stato schiacciato dall’eredità di Diego».
Con Mourinho sono state scintille.
«Sì, all’inizio ci siamo scontrati, c’è stata una dialettica vivace. Ma poi siamo diventati amici. Quando sono arrivato all’Inter, è stato il primo a chiamarmi. Evidentemente gli avevano spiegato che persona fossi».
Cosa sta succedendo al calcio italiano?
«Vedo due problemi. Il primo è che mancano i soldi. Non ce la facciamo a competere con le corazzate, soprattutto inglesi, che spendono 50-60 milioni per acquistare giocatori dai 16 ai 20 anni. Il secondo fattore è legato ai cicli. Gli olandesi non erano nessuno prima che uscissero fuori Cruyff e il calcio totale di Rinus Michels. Così l’Inghilterra, la Germania, la Spagna, la stessa Francia. Noi avevamo grandi campioni e avevamo il nostro gioco all’italiana, che mi sembra un po’ troppo vituperato. Gli altri, quando devono difendere, non si fanno problemi a giocare all’italiana. Mentre qui è scoppiata la guerra tra giochisti e pragmatici».
A quale presidente è rimasto più legato?
«A quello del Cagliari, Tonino Orrù. Mi disse: Claudio, fra due anni ci sarà il mondiale, si giocherà anche qui, se riuscissimo a salire in serie B sarebbe una cosa bella. E noi invece arrivammo in A. Non posso scordarmi che all’inizio del girone d’andata avevamo 8-9 punti. I giornalisti scrivevano che Ranieri era a rischio. Orrù fu un signore: Claudio, stai tranquillo, con te siamo arrivati dalla C in A e, se deve accadere, con te torneremo in C. Ci salvammo con una giornata d’anticipo.
È stato difficile dire no alla Nazionale?
«È stato difficile nel senso che quale allenatore non vorrebbe allenare la Nazionale del proprio Paese? Ma, al tempo stesso, non è stato difficile perché sono sotto contratto con la Roma. Ci sarebbe stato un conflitto di interessi pazzesco. Un esempio: io sono il punto di riferimento dei Friedkin, c’è una partita della Nazionale, e la domenica dopo si gioca Roma-Napoli o Roma-Inter o Roma-Juve. E io non convoco nessun giocatore della Roma, oppure li convoco e non li faccio giocare, e mando in campo i giocatori dell’altra squadra. In Italia, cosa succederebbe? Un finimondo. Mi è sembrata la scelta più onesta».
Ha scelto i Friedkin.
«Ho scelto la Roma e un contratto scritto».
E cosa le hanno detto i Friedkin?
«Claudio decidi, e qualunque cosa deciderai, noi saremo con te. Sono stati molto corretti».
Vi sentite spesso?
«Sì, attraverso video-call e messaggi».
È difficile gestire una squadra dagli Stati Uniti?
«Non credo. Sono stato otto anni in Inghilterra. Ken Bates, il presidente del Chelsea, l’ho visto soprattutto dopo che ha lasciato il club. Abramovic veniva qualche volta in trasferta e mi riportava indietro con il suo aereo personale. Al Leicester il thailandese si presentava di tanto in tanto. Il presidente è importante perché a fine mese paga. Solo in Italia siamo ossessionati dalla sua presenza».
La sua famiglia è riuscita a stare al passo di un allenatore globe-trotter?
«Sono un uomo fortunato, mia moglie mi ha sempre seguito. A parte i primi due anni a Valencia: ci avevano detto che c’era la scuola italiana ma non era vero. Mia figlia restò a Roma, per cui mia moglie faceva 15 giorni da me e 15 giorni a casa. Diceva: o parto da Claudia, o parto da Claudio».
E sua figlia?
«Lei non voleva neanche far sapere che fosse mia figlia. A Firenze giocava a pallavolo con le amichette. Il quarto anno mi chiese di accompagnarla a una partita, perché una mamma non era disponibile. Quando le amiche salirono in macchina non ci volevano credere: ma tu sei la figlia dell’allenatore della Fiorentina?».
Qual è la città da cui è stato più difficile separarsi?
«Cagliari ce l’ho dentro. Dico sempre che Roma è la mamma, Cagliari la moglie».
Chiuderà la sua carriera a Roma, alla Roma?
«Penso che finirà così, poi mai dire mai. Avevo assicurato che non avrei più allenato dopo Cagliari, e invece è uscita fuori la Roma. E alla Roma non potevo dire di no».
Quindi potrebbe ripensarci e tornare ad allenare?
«Parlo di un ruolo dirigenziale. Con la panchina ho chiuso, troppo faticoso. Negli ultimi anni mi sono accorto che la sconfitta mi divorava. Il piacere della vittoria dura poco, cominci a pensare subito alla partita successiva. La sconfitta, invece, ho cominciato a portarmela dentro».
È sempre stato così?
«No, per questo ho smesso. Prima, quando perdevo, me ne facevo una ragione. Nel calcio hai sempre, o quasi, un’altra occasione. A un certo punto è cambiato qualcosa, sarà l’età. Pensavo che sarei morto in campo, ma non succederà».




