Francesco Reo, dentro la vita di un “piccolo” agente sportivo: il percorso, l’esperienza oltre oceano e le criticità del sistema calcio Italia

Francesco Reo, dentro la vita di un "piccolo" agente sportivo: il percorso, l'esperienza oltre oceano e le criticità del sistema calcio Italia

Hai sempre voluto sapere come si diventa agenti sportivi? E’ il tuo sogno? In questa intervista realizzata da Direttacalciomercato a Francesco Reo, agente sportivo FIGC, vedremo le tappe del percorso e la sua esperienza, oltre ad una panoramica generale sul mestiere e sul sistema calcio Italia. 

Quando sentiamo parlare della figura dell’agente sportivo, la prima cosa che ci viene in mente è quella di pensare ai grandissimi di questo mestiere come Mino Raiola o Jorge Mendes, senza dimenticare i “nostri” italiani Pastorello e Riso. Oltre queste figure, però, c’è un intero mondo di “piccoli” agenti che, giorno dopo giorno, lottano per le sfide quotidiane e svolgono la professione con un’umiltà e una passione davvero unica.

Lo scrivente, che studia Giurisprudenza all’Alma Mater Studorium di Bologna e che ha svolto l’esame di Diritto Sportivo, ha realizzato un’intervista al collaboratore della cattedra Francesco Reo, agente sportivo FIGC, con lo scopo di permettere ai lettori di conoscere meglio il percorso per diventare agente sportivo e cosa c’è dietro questa affascinante ma complicata professione.

Francesco Reo: “Ho capito di voler diventare agente sportivo grazie al settore giovanile della mia città”

Nel corso di questa intervista parleremo dell’esperienza di Francesco Reo, partendo dagli inizi fino ad arrivare alla realizzazione del suo sogno. Non solo, approfondiremo varie tematiche come il sistema calcio Italia, della situazione dei settori giovanili, di questioni più squisitamente giuridiche e molto altro!

Raccontaci un po’ il tuo percorso, dal giovane Francesco a Francesco Reo l’agente sportivo, passando per il percorso universitario.

Già quando facevo l’Università avevo come obiettivo quello di laurearmi in Diritto sportivo. Fin dagli inizi avevo l’obiettivo di diventare agente sportivo. Questo perché da ragazzino, tanti miei amici giocavano in squadre professionistiche. La squadra della mia città (Taranto, n.d.r.) aveva un forte settore giovanile, che investiva tanto anche su ragazzi “da fuori”. Io ero incuriosito del loro percorso e, soprattutto, se fossero seguiti da qualcuno. Interessato dal fatto che anche a 16-17 anni erano seguiti da agenti sportivi, ho iniziato a studiare le normative. Una volta laureato, poi, ho avuto la possibilità di collaborare con la FG Team, un’agenzia con sede in Emilia-Romagna, che lavorava con molti calciatori di Serie D e Serie C. Questa collaborazione mi ha dato l’opportunità di iniziare questo percorso e di approcciarmi direttamente con i calciatori, costruendo a poco a poco il mio portfolio.

Successivamente ho avuto l’opportunità di fare un’esperienza all’estero con la SEG (Sports Entertainment Group, n.d.r.) in Olanda. Lì ho avuto la possibilità di frequentare un corso di formazione che mi ha fatto capire l’importanza della figura dell’agente sportivo a 360°. Non soltanto aspetti contrattuali, ma anche personali e umani di ogni singolo calciatore. Questo mi ha stimolato, una volta rientrato in Italia, a voler lavorare con calciatori più affermati“.

L’esperienza con Yeswecollege e il modello USA

Cos’è Yeswecollege? Raccontaci la tua esperienza

Attualmente collaboro con Yeswecollege, un’agenzia italo-americana fondata a Genova da Nicolò Baudo, che ha come obiettivo quello di portare calciatori che giocano in Italia, come dilettanti o anche giovani di squadre professionistiche, negli Stati Uniti per dare loro la possibilità di studiare e giocare grazie alle borse di studio. Yannick Bright è stato uno di questi ragazzi coinvolti nel progetto ed ha avuto la possibilità di potersi affacciare ad un mondo nuovo (gli Stati Uniti) e, soprattutto, passare da essere un atleta dilettante in Serie D a diventare una giovane promessa dell’MLS, dove ha già vinto il titolo con l’Inter Miami di Messi. Esperienze come queste da una parte, mi danno la possibilità di ampliare la rete di contatti, ma soprattutto mi danno grandi stimoli lavorativi e di speranza per i giovani italiani“.

Cosa ne pensi del modello USA? Il modello improntato sui draft MLS è un modello che può dare più chances ad un giovane di affacciarsi al professionismo rispetto al modello italiano/europeo?

Quello che penso è che il sistema Stati Uniti è molto in crescita. Fino a 20 anni fa il calcio era l’ultimo sport preso in considerazione, cosa che si è rispecchiata anche nelle partecipazioni ai Mondiali tra la fine degli anni ’90 e gli inizi degli anni 2000. Da David Beckham in poi tutto è cambiato. Questo modello dei draft viene usato anche negli altri sport per valorizzare gli atleti, non solo i propri ragazzi statunitensi. Una cosa molto importante sono le strutture che i ragazzi hanno a disposizione, che sono tutte all’avanguardia e invidiabili anche da squadre di Serie A.

Questo ci fa capire che investendo tanto, ad esempio nel calcio, si possono raccogliere i frutti nel medio-lungo periodo. È questo un po’ quello che dovrebbero fare anche le squadre italiane: non magari importando il modello dei draft, ma sicuramente investendo sulle strutture. Se mancano le strutture mancano le opportunità per i nostri ragazzi che, alle volte, purtroppo sono costretti ad abbandonare.

Ho seguito di recente un report stilato da AIC (Associazione Italiana Calciatori) e dal Presidente Umberto Calcagno e dal Vicepresidente avv. Stendardo, che mostra come nell’adolescenza moltissimi calciatori abbandonano l’attività sportiva perché non riescono a conciliarla con lo studio. Molti poi sono anche demotivati dal sistema. Il mio augurio è che le squadre italiane, partendo dalle big ma non solo, mettano a disposizione dei nostri ragazzi un centro sportivo ad hoc. Il Mapei Football Center del Sassuolo ne è un esempio: una piccola realtà che in pochi anni è riuscita a ritagliarsi il proprio spazio tra i grandi, ma che ha lavorato soprattutto bene con il settore giovanile. Un altro esempio è il Bologna, che ha investito tanto nel centro sportivo di Casteldebole e in un piccolo Stadio per la Primavera.

Un altro punto fermo che dovrebbe essere assolutamente rivisto è che in Italia, a differenza di altri campionati europei, ci sono troppe squadre professionistiche soprattutto in Serie C. Riducendole si alzerebbe notevolmente il livello della competizione e rende il panorama più sostenibile, dato che ogni anno falliscono in molte. Chi, poi, subisce le conseguenze di questi fallimenti non è il calciatore della prima squadra, che magari ha mercato, ma tutto il settore giovanile, lasciando tantissimi giovani calciatori alla deriva. Questo, come dicevamo prima, può portare all’abbandono dell’attività da parte dei ragazzi“.

Hai avuto esperienze professionali del genere? Se si, quanto è difficile stare accanto a questi giovani e quanto è complicato “rimetterli” nel sistema calcio?

Ti cito l’esempio del Taranto, dove veniva da anni di livello in Serie C arrivando anche a centrare i playoff. Purtroppo, una Presidenza “scellerata” ha lasciato tanti debiti non solo verso i calciatori, ma anche verso le imprese locali. Tutto, poi, si è rigettato sul settore giovanile dove tanti ragazzi hanno perso la possibilità di giocare in Primavera 4 o U-15/16 nazionali. In tanti hanno dovuto trovare da soli una nuova sistemazione, altri hanno abbandonato.

Molte volte le famiglie, poi, sono demotivate, credendo che avere un figlio nel settore giovanile di una squadra professionistica sia già un punto di arrivo. Il consiglio che do a questi ragazzi è “rimboccatevi le maniche, continuate a lavorare sodo e credere nei vostri sogni”. Se questo sogno non dovesse realizzarsi in Italia, ci sono altre possibilità all’estero come negli Stati Uniti o in altri Paesi vicini, che possono essere delle opportunità per arrivare al professionismo“.

L’esperienza in SEG con un compagno di classe “speciale”: il fratello di Cody Gakpo

Si, nel corso di formazione della SEG i miei compagni di banco erano il fratello di Coady Gakpo e ho conosciuto anche  il fratello di Guardiola. Ai tempi mi ricordo che Gakpo giocava al PSV ed era in rampa di lancio. Mi auguravo che potesse venire a giocare in Italia, poi abbiamo visto che ha trovato le sue fortune con la maglia del Liverpool ed è diventato una star internazionale. SEG è un’agenzia che lavora molto bene ed è all’avanguardia. Non lavorano solo con calciatori, ma anche con attori, cantanti e persone del mondo dello spettacolo. Il mio obiettivo era quello di voler operare soltanto nel settore calcio“.

Francesco Reo sulla formazione di un agente: “E’ fondamentale avere un background di studi giuridici”

Tornando al tuo percorso, credi che una formazione giuridica possa dare una spinta ulteriore rispetto a chi ha un altro tipo di backgroud?

Assolutamente sì, nel 2026 soprattutto. Sicuramente è importante avere una formazione giuridica alle spalle, perché questo permette ai tuoi clienti di affidarsi ad un professionista competente. Le norme di diritto sportivo non sono semplici, soprattutto in Italia; quindi, è importante affidarsi a figure del genere. Quello che vi consiglio è di studiare, perché un titolo e le conoscenze vi danno l’opportunità di presentarvi come dei veri professionisti anche se giovani e, anche, per dare sicurezza e certezza al mestiere. Sicuramente ci sono state delle figure che si sono approfittate dei ragazzi in passato, e non escludo che anche oggi ce ne siano, ma tanti altri invece fanno il loro bene“.

La figura dell’agente sportivo: opportunismo o sopravvivenza? Al di là dei superagenti

Sui social gli agenti sportivi vengono spesso etichettati, in modo semplicistico, come opportunisti interessati esclusivamente al proprio guadagno, senza considerare le molteplici dinamiche che caratterizzano questa professione. La riforma dello sport ha certamente contribuito a regolamentarla, ma la loro figura rimane comunque poco tutelata. Concentrandosi solo sui grandi trasferimenti, si finiscono per trascurare tutti quei ‘piccoli’ agenti che, come sottolineato anche da Giuseppe Riso, sono spesso spinti dal sistema stesso ad adottare logiche opportunistiche, arrivando a muovere i propri assistiti per esigenze di sopravvivenza. Cosa ne pensi?

Tutti quando pensano all’agente sportivo pensano ai grandi trasferimenti, oppure a Mino Raiola che è stato sempre visto come un “affarista”. Molti non considerano tutti i ragazzi che si approcciano a questo lavoro partendo dal basso, dove molte volte non si guadagna un euro e si fa questo lavoro con molta passione e umiltà. Secondo me per migliorare il settore è necessario che le società, piccole o grandi, si fidino anche dei ragazzi più giovani e che credano in loro. Ad oggi, le nuove leve hanno degli strumenti e delle tecniche trasversali che i “vecchi” agenti non hanno. Nel lungo periodo questo potrebbe portarli sia a raggiungere risultati, sia a portare innovazione nel sistema“.

Il percorso per diventare agenti sportivi come Francesco Reo

In Italia, attualmente, per diventare agenti sportivi bisogna superare l’esame CONI, composto da una prova scritta e una prova orale, avente ad oggetto temi di diritto sportivo, diritto amministrativo e diritto privato. E’ un esame molto importante da non prendere alla leggera. Successivamente, chi vuole operare nello specifico in una Federazione dovrà superare anche l’esame per questa previsto. Negli ultimi anni è stato introdotto anche l’esame FIFA, che consiglio di sostenere a chi vuole operare nel campo internazionale“.

Quindi si può svolgere l’esame FIFA senza dover necessariamente svolgere l’esame italiano?

Esatto, conosco persone che hanno svolto direttamente l’esame FIFA senza svolgere l’esame FIGC e adesso lavorano proprio con i trasferimenti internazionali. Dipende dove, come e cosa vuoi fare. Il mio obiettivo era quello di vivere e operare in Italia, quindi ho svolto solamente l’esame CONI-FIGC“.

Per essere un agente “a tutto tondo” si devono sostenere (e superare) entrambi gli esami?

Di recente c’è stata una disputa molto importante in cui è intervenuta anche l’Associazione Italiana Agenti Sportivi. Il tema era appunto il doppio esame FIFA-FIGC: ad oggi la situazione SEMBRA essersi risolta, con gli agenti FIFA che adesso hanno la possibilità di iscriversi anche al registro FIGC, ma la situazione può sempre cambiare. Negli ultimi anni erano stati creati istituti ad hoc come la domiciliazione, per far si che gli sprovvisti del titolo FIGC potessero “appoggiarsi” ad un agente già abilitato. Sicuramente il doppio titolo ti permette di essere riconosciuto come un agente sportivo di livello“.

E’ auspicabile un intervento della FIFA sul Regolamento?

In tantissimi Stati come gli USA è già stato recepito il Regolamento FIFA (e, quindi, l’esame n.d.r.). In Europa gli Stati reputano che i propri esami siano maggiormente formativi, cosa che penso anch’io. Mi auguro che nei prossimi anni si possa arrivare ad avere un unico regolamento per tutto il Mondo e che, inoltre, sia a favore degli agenti e che non limitino eccessivamente i compensi“.

Nella vita di un agente sportivo: curiosità e la giornata tipo di Francesco Reo

Raccontaci la giornata tipo di un agente sportivo, sia a mercato aperto che chiuso

Le giornate sono molto diverse. Durante l’anno la cosa più importante è cercare di andare a vedere più partite dal vivo possibili, anche per ampliare la reti di contatti e mantenere quelli che si hanno già, soprattutto con le squadre. Ogni volta che si va a vedere una partita, inoltre, bisogna sempre tenere gli occhi aperti per possibili talenti.

Durante il calciomercato, invece, la cosa più importante è di avere giocatori appetibili a disposizione, anche perché sono loro che ti fanno muovere la rete. Tante volte mi sono mosso proponendo i miei assistiti, ma alle volte ho trovato la porta chiusa perché magari il mio assistito non era nei piani della società. Durante l’anno, appunto, bisogna capire quali sono le esigenze dei Direttori Sportivi in previsione del mercato, cercando di accontentarlo. E’ fondamentale, inoltre, il networking con altri agenti perché molte volte è possibile fare delle trattative in collaborazione“.

Secondo te qual è la sessione di mercato più stressante?

Secondo me quella estiva, perché dura molto più tempo e hai più obiettivi da portare a termine. Il clima a gennaio è intenso, soprattutto negli ultimi giorni, ma è un clima più sereno. In estate, invece, dato che ci sono delle rose da completare c’è più agitazione sia negli agenti che nei Direttori Sportivi“.

E’ più facile chiudere un trasferimento o un rinnovo?

Assolutamente un rinnovo, perché se il giocatore ha già fatto bene viene invitato a rimanere. Molte volte sono gli stessi giocatori che vogliono rimanere, di conseguenza è molto più facile trovare una quadra. Un trasferimento, soprattutto se fatto all’estero, è veramente complicato soprattutto quando si parla di giocatori in rampa di lancio“.

Il lavoro dell’agente sportivo con i calciatori in scadenza

Come funziona il rinnovo di un contratto in scadenza? Quanto è complicato il contatto con il calciatore e quanto prima si iniziano i colloqui con la società.

Dipende dal caso, dall’importanza del calciatore e quanto abbia fatto bene. Ho notato che tanti Direttori Sportivi, soprattutto nelle categorie inferiori, tendono a tenere maggiormente in considerazione l’ultima stagione disputata piuttosto che tutte le altre. Sicuramente il fattore che viene preso in considerazione non è tanto l’ingaggio, ma l’età. L’età è determinante, soprattutto per gli over 30. Per il rinnovo di una caratura importante, già nei mesi successivi alla chiusura del calciomercato estivo inizia una fase di dialogo. Poi, naturalmente, si concretizzerà nei mesi precedenti all’apertura del calciomercato, anche perché da febbraio sono liberi di prendere accordi con qualsiasi altra squadra“.

In questo senso, qual è il tipo di lavoro che si fa per piazzare un proprio assistito? E’ più un lavoro “attivo”, magari sfruttando i propri contatti, oppure è più un lavoro “passivo” dove si attende?

Questo dipende molto da che tipo di giocatore si tratta. Se uno ha fatto bene nell’ultima stagione, sicuramente avrà tante chiamate. Se un giocatore viene da un infortunio o sta vivendo un momento complicato anche dovuto a fattori extra-campo, secondo me è un atto di fiducia che un determinato Direttore Sportivo fa verso l’agente del calciatore. Giustamente, poi, il calciatore deve poter decidere dove andare. È un aspetto sottovalutato, ma non tutti sono pronti per giocare in determinate piazze.

Molti agenti forzano i trasferimenti, chi per rendiconto economico, chi perché vuole che il proprio assistito giochi in una squadra più importante. Poi, però, ci si dimentica la cosa principale: che il calciatore deve essere felice e deve seguire un percorso che è in linea con le sue aspettative. Se un giocatore è scontento c’è un doppio rischio: potrebbe non essere felice del tuo operato e firmare con un altro agente, ma, soprattutto, una scelta sbagliata può pregiudicare la propria carriera“.

Quando un calciatore rimane per mesi senza contratto, quanto è complicato stare dietro al calciatore-persona?

Nelle mie prime esperienze mi ricordo di questo ragazzo rimasto svincolato. In quel periodo ci sentivamo ogni giorno e lui mi chiedeva continuamente se fossero arrivate delle offerte. Molti, soprattutto giovani, si lasciano trasportare dalla negatività. Il mio consiglio è di pensare solo al calcio giocato, senza farsi distrarre dall’esterno, e di fidarsi del lavoro del proprio agente“.

Quanto è complicato trattare quando dietro al calciatore c’è una famiglia “spigolosa”?

Nei giovani calciatori la famiglia è determinante. Molte famiglie, purtroppo, tendono a vedere il proprio foglio come una possibile fonte di guadagno. Il consiglio che do a questi ragazzi è quello di lasciarsi andare e di credere nel loro percorso. Ho visto ragazzi rifiutare trasferimenti in città lontane perché non volevano lasciare la famiglia, la fidanzata o gli amici. Quello che vi dico è “lasciate la comfort-zone, perché è bella solo quando vi porta ad un risultato”. Chi vuole fare il calciatore professionista deve fare sacrifici. Il percorso non è solo stipendi enormi e bella vita.

Ci sono ragazzi che a 12-13-14 anni hanno lasciato la propria casa e la propria famiglia senza alcun tipo di certezza di arrivare tra i professionisti, rischiando di sacrificare invano la propria adolescenza. Ovviamente fare il calciatore non è paragonabile a svegliarsi alle 5 e andare a lavorare in fabbrica, però per arrivare ad alti livelli c’è da affrontare un percorso di sacrifici, di scelte, momenti di solitudine. Quei pochi che sono riusciti ad arrivare, oltre alle capacità calcistiche, hanno fatto un percorso proprio di sacrifici e rinunce“.

Come si costruisce una rete di contatti?

Subito dopo la laurea, ho frequentato un master in diritto sportivo a Milano. I professionisti del settore mi hanno spiegato che costruire un network è la cosa fondamentale. Ma questo in generale nel mondo del lavoro in generale, non solamente quello calcistico. È importantissimo non soltanto creare un contatto, ma anche coltivarlo e mantenerlo. Io, ad esempio, mi sento con persone che non sento da anni, perché anche quel piccolo messaggio certe volte ti da l’opportunità di mettere in contatto i tuoi contatti. Una cosa che mi rende davvero felice, appunto, è mettere in contatti due persone completamente estranee tra loro. Questo poi, ad esempio, può portare alla chiusura di un’operazione.

Ho capito che questo è il metodo giusto, anche perché poi da un contatto ne nasce sempre un altro. Poi un’altra cosa fondamentale è andare sui campi, ma anche ai convegni istituzionali. Anche qui all’Università di Bologna abbiamo tenuto diversi incontri con diverse personalità, tra cui Rafaela Pimenta o altri professionisti sia del settore, come diversi Direttori sportivi di Serie A e Serie B, che avvocati o altri operatori dello sport. Quindi, anche dai convegni si possono creare contatti“.

Al di fuori del mondo dei super agenti, leggendo alcuni forum ho notato che i campionati più seguiti sono la Serie C, la Serie D e la Primavera. Quanto scouting si fa e quanto è come si convince un giovane calciatore (e la famiglia) a farsi scegliere?

Innanzitutto, dev’essere l’atleta ad essere convinto, poi si pensa alla famiglia. L’obiettivo è quello di dimostrare professionalità, che si dimostra naturalmente con i risultati, ma soprattutto creando un legame vero e proprio con la famiglia, andando a vedere il ragazzo dal vivo. Sappiamo che la domenica è una e le partite molte volte sono in contemporanea, però è importante dare il giusto spazio a tutti quanti. Quello che ho imparato da agenti più affermati è che bisogna dare lo stesso spazio sia al ragazzo di 17 anni che gioca in Primavera, sia al ragazzo di 28 anni che è un professionista affermato.

Il mandato dura 2 anni. Tantissimi calciatori dopo 2 anni firmano con agenzie più grosse o comunque cambiano l’agente. L’obiettivo, invece, sarebbe quello di iniziare con un ragazzo di 16 anni e portarlo al termine della sua carriera. Non tutti ci riescono e in moltissimi casi non è così. Ma riuscire a farlo anche solo con un ragazzo, sarebbe un riconoscimento unico e raro“.

L’abbiamo visto nel 2022 a livello internazionale cosa è successo tra Pastorello e Lukaku…

Si, adesso hai fatto un esempio internazionale che ha fatto molto rumore. Tornado però in ottica “locale”, un calciatore di 16-17 anni se è forte ha gli occhi addosso di molti agenti e società sportive. Deve fare questa scelta (il ragazzo n.d.r.) nella maniera più tranquilla e consapevole possibile. Il consiglio che do ai ragazzi è di non guardare subito le agenzie super affermate, ma di affidarsi soprattutto a chi gli dà fiducia e gli mostra professionalità. Infine, anche di dare la possibilità ai giovani agenti sportivi, che possono seguirvi in maniera più attenta in un’età che è fondamentale per la carriera.

Sicuramente per il ragazzo è importante avere una persona che possa aiutarlo nel percorso, ma molto devono farlo i ragazzi stessi. Leggo online di tantissimi ragazzi di 16-17 anni hanno già contratti di sponsorizzazione veramente rilevanti. Alle volte questo, come nel caso di Mastour, è stato già in tenera età di attenzioni e di stipendi rilevanti. Questo, non dico per tutti, può destabilizzare il calciatore facendogli credere di essere già arrivato. Ho visto una cosa bellissima realizzata in Inghilterra, se non sbaglio il Crystal Palace, o negli Stati Uniti: creare all’interno del team una sezione composta da psicologi, che aiutano a capire agli atleti l’importanza della gestione finanziaria. Oppure quando una giovane superstar vive un momento buio: questi psicologi sono pronti ad aiutarlo immediatamente“.

La Kings League può davvero “rubare” calciatori da Serie C e Serie D?

Secondo me la Kings League è un tipo di evento che deve essere parallelo al calcio professionistico. Molti sono contrari, ma personalmente in me crea interesse. Come lo crea nelle nuove generazioni. Molti calciatori che giocano in categorie minori che, tecnicamente, sono bravi hanno la possibilità di mettersi in mostra grazie alla Kings League ed avere una vetrina che non hanno mai avuto. Il caso di Loiodice ne è un esempio. Lui ha avuto la possibilità di fare la Lega Pro, ma era uno dei tanti. Questo non perché non fosse determinante, ma sicuramente in Serie D o in eccellenza è IL top player. Le vetrina che gli dà la Kings League è una vetrina più mediatica, che gli può dare spazio per le sponsorizzazioni e ritorni economici importanti.

Le polemiche contrattuali

Secondo me bisogna regolamentare meglio i contratti, soprattutto nelle categorie dilettantistiche. Non è sbagliato dare la possibilità a questi calciatori di fare entrambe le attività. Quello che è importante, però, se un calciatore firma un contratto con una società, quel contratto lo deve rispettare. Se prende degli impegni con una società, deve mantenerli. Soprattutto, è importante che la forma che mostra in Kings League poi dev’essere riportata anche nel campo a 11, perché se tendo a giocare meglio in Kings allora consiglio di giocare solo quella. Di non fare la doppia attività. Tante società prendono Loiodice per riuscire a fare il salto di categoria e lui è un calciatore che dà tutto.

Questo per dire che chi sceglie di fare la doppia attività, deve prendere Loiodice come riferimento. Mi auguro, poi, che la Kings League nei prossimi anni possa ulteriormente crescere sul piano mediatico più che calcistico. Abbiamo visto come le partite siano quasi di contorno rispetto al contenuto, con regole particolari e ex calciatori che si cimentano. Quindi, ben venga la Kings League.

Allo stesso tempo, approfittando della domanda, dico: “valorizziamo anche il calcio a 5”. In Italia si pensa sempre al calcio a 11, ma molti atleti che hanno fatto bene in Kings potrebbero fare benissimo anche nel calcio a 5. Il movimento è in espansione, quindi vi invito a provare. Soprattutto per chi ha tanta tecnica e, ad esempio, adesso gioca in Promozione/Eccellenza per questioni lavorative, scoprite o riscoprite il calcio a 5. Sucic dell’Inter in un’intervista racconta che fino a pochi anni fa ha giocato a calco a 5, salvo poi interrompere quando ha firmato il primo contatto da professionista con la Dinamo Zagabria. Questo ci fa capire gli effetti benevoli che il calcio a 5 può dare“.

Sicuramente quel colpo di suola nel gol realizzato contro la Fiorentina è figlio proprio del calcio a 5…

Assolutamente. Questo dimostra come quella tecnica di base l’ha acquisita quando era in tenera età grazie al calcio a 5 e alla capacità che si sviluppa nel giocare rapidamente negli spazi chiusi. Una parola che dico al sistema calcio, che può risultare banale ma è una cosa che manca al calcio di oggi: intensità. Quando vado a vedere una partita all’estero, soprattutto Premier League o anche in Championship, oppure in Germania, ho notato che vanno ad un’intensità molto più alta della nostra. Poi le conseguenze si vedono in gare come Bodo/Glimt-Inter o tra squadre inglesi e italiane. Cerchiamo di lavorare su quello in ottica futura: il calcio sta andando verso questa direzione, con giocatori di gamba e squadre con un ritmo altissimo. La tecnica, però, non deve essere mai in secondo piano“.

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