Francesco Farioli è stato intercettato dai microfoni di Tuttomercatoweb: ecco le sue dichiarazioni.
Il suo anno al Porto, un possibile ritorno in Serie A, questi gli argomenti affrontati nell’intervista concessa a Tuttomercatoweb da Francesco Farioli.
Le dichiarazioni di Farioli
Ci racconti che emozione hai provato nel vincere il tuo primo campionato in una lega importante come quella portoghese? Quanto l’ultima avventura all’Ajax ti ha aiutato a vivere e gestire meglio le ultime settimane di questa stagione?
“E stata un’emozione molto intensa, difficile da descrivere a parole. Quando investi tutto te stesso in un lavoro, quando vivi per mesi dentro pressione, responsabilità e aspettative così elevate, il momento della vittoria porta con sé una liberazione emotiva enorme. Ma allo stesso tempo ho capito molto velocemente quanto il calcio sia veloce: due giorni dopo aver vinto eravamo già proiettati verso il futuro, verso la pianificazione della prossima stagione e la ricerca di nuovi margini di miglioramento. L’esperienza vissuta all’Ajax mi ha sicuramente dato molti spunti di riflessione, ma questa stagione al Porto ha avuto sicuramente dinamiche differenti e un ambiente estremamente collaborativo, sempre pronto a dare il massimo supporto a tutto il gruppo di lavoro delle prima squadra. A volte nel calcio si parla solo di tattica o tecnica, ma la parte psicologica ed emotiva pesa enormemente nella gestione di un gruppo di lavoro: la nostra stagione è iniziata con la perdita drammatica di Jorge Costa, non solo una leggenda del Porto ma anche un punto di riferimento per tutti noi all’interno del club. Vedere come tutta la Famiglia Portista, come la chiamo io, si sia stretta e compattata di fronte a questa tragedia, mi ha fatto capire quanto il senso di appartenenza alla comunità sia un aspetto molto importante del nostro lavoro”.
Vivendo l’Italia da fuori, come ti spieghi questo flop del nostro movimento calcistico a tutti i livelli?
“Il calcio italiano continua ad avere una cultura tattica, tecnica e strategica di altissimo livello. Credo però che il calcio europeo stia cambiando molto rapidamente e che oggi servano strutture sempre più moderne, continuità progettuale, intensità elevata e grande capacità di adattamento. Da fuori, la sensazione è che in alcuni momenti il sistema italiano faccia più fatica ad accettare il cambiamento con velocità. Ma questo non significa mancanza di qualità. L’Italia continua a produrre grandi allenatori, grandi dirigenti e giocatori di valore. A volte basta poco per invertire una percezione negativa, soprattutto nel calcio dove i cicli cambiano molto rapidamente”.
Ti sorprende il fatto che la corsa al prossimo commissario tecnico dell’Italia sembri limitata solo ad allenatori con ben più di 50 anni? Come mai in Italia c’è questa preclusione verso il nuovo?
“Non penso sia soltanto una questione italiana. Nei momenti di difficoltà, molti ambienti tendono naturalmente ad affidarsi all’esperienza e a figure considerate più affidabili e rassicuranti. È un meccanismo di autodifesa abbastanza normale nel calcio e nello sport in generale. Allo stesso tempo, però, credo che il calcio abbia bisogno di evoluzione continua. La storia dimostra che spesso il cambiamento arriva proprio nel momento critico, attraverso idee nuove, energie nuove e approcci differenti. Per me non dovrebbe mai essere una questione anagrafica. La vera differenza la fanno la competenza, la capacità di leadership, la visione e la qualità del lavoro quotidiano. Ci sono allenatori giovani straordinariamente preparati e allenatori esperti straordinariamente innovativi. Ridurre tutto all’età rischia di essere molto superficiale”.




